lunedì 20 marzo 2017

Tommaso Romano, "Elogio della Distinzione" (Ed. Thule)

di Franco Trifuoggi

La consacrazione di un saggio ampio ed analitico al tema della distinzione può apparire, al lettore avvezzo alla quotidiana celebrazione massmediatica della sagra del politicamente corretto, del luogo comune e del conformismo consumistico, fuori luogo, sconcertante, o addirittura materia di scandalo, massime se susciterà in lui l’impressione di trovarsi di fronte ad una aprioristica glorificazione della nobiltà di sangue, e a maggior ragione se avrà scoperto che l’autore discende da una famiglia gentilizia, di Tramonti, Positano e Sicilia. In chi, tuttavia, si inoltrerà nella lettura delle pagine di questo volume (Elogio della Distinzione, Fondazione Thule Cultura, Palermo 2016), si andrà attenuando, se non scomparirà del tutto, ogni pregiudiziale diffidenza. D’altronde lo stesso sottotitolo, nell’ampiezza del suo arco semantico (Aristocrazia, Cavalleria, Nobiltà, Stile in tempo di barbarie), ammonisce contro ogni interpretazione riduttiva o arbitrariamente semplificatrice. Parimenti l’autore, Tommaso Romano, docente e Direttore del Dipartimento di Scienza della Biografia dell’ISCA di Roma, presidente della Fondazione Thule Cultura, direttore della rivista Spiritualità e Letteratura, saggista, estetologo, poeta originale, non si limita ad esporre compiutamente la propria concezione in merito, ma la suffraga efficacemente con un amplissimo florilegio di autori di ogni tempo e nazionalità, e di difforme estrazione ideologica, culturale e sociale.
Opportunamente, e significativamente, egli chiarisce il suo intento, cioè “indicare ciò che è considerato inattuale e scorretto rispetto ai tempi che viviamo, propriamente per sottolineare la sempre permanente concezione di Aristocrazia, Cavalleria, Nobiltà, intese come segno e consapevolezza di Stile, per una risvegliata coscienza d’affinamento e qualificazione del soggetto, di Distinzione appunto, rispetto a tutto ciò che è, invece, conforme, standardizzato, massificato nel singolo e nel processo abbrutente informe come drammaticamente avviene nella società del nostro tempo”; e precisa che recuperare tale concetto “non significa certo proporre il disprezzo degli altri o la separatezza aprioristica e irreale”, in quanto la Distinzione  “può essere perseguita da tutti, volendolo… riscoprendo l’unicità e l’irreversibilità che contraddistinguono da sempre ogni donna e uomo apparsi sulla terra, frutto di una Creazione e non di una ideologica e indimostrata “fede” evoluzionistica”. E’, dunque, evidenziare “ciò che distingue spiritualmente”  rispetto alla “babele della volgarità”, rivendicando il valore dell’educazione e dell’etica tradizionale, della cortesia e della disponibilità, “attitudine alla delicatezza e  rispetto per tutti a cominciare dall’aiuto possibile…per i più sfortunati, emarginati, deboli, anziani, indifesi”, nel segno dello spirito della più classica e nobile Cavalleria.
La Distinzione, intrinsecamente aristocratica, rivela di ognuno “lo stile, la raffinatezza, l’eleganza, la sobrietà, la finezza, il garbo” in una con la “discrezione, fermezza, signorilità e gentilezza…”; essa è necessaria per “distinguere ciò che è bene da ciò che è male”, al di là del relativismo e del minimalismo correnti, per “uscire dal coro”, indicare una via “per ritornare liberi, padroni di sé”, riconoscendo la selettività e il merito quali valori aristocratici, da conquistare mediante una vita coerente con l’altezza dei principi professati e improntata alla dignità e all’onore.
Sarebbe impresa ardua racchiudere nel breve giro di un articolo una sintesi esaustiva della fitta illustrazione di tali concetti, ricca di storia, etica, teologia, araldica, antropologia, e di innumerevoli riferimenti a grandi pensatori, artisti, mistici, sovrani, saggisti. E’, però, più agevole enuclearne alcuni spunti e rilievi particolarmente significativi e suasivi. Anzitutto il concetto di tradizione, ricondotto etimologicamente al latino tradere, ovvero trasmettere una “consegna verticale proveniente dall’alto, da Dio o dagli Dei”, o comunque da un Assoluto “che trascende e  lega ogni soggetto all’idea del cielo, del cosmo, del sacro, oltre che alla terra”, nell’attesa e speranza di vita eterna; o laicamente ritenuta “prolungamento vivificante” che dal passato “porta al presente e propone l’avvenire (concezione diffusa nei paesi anglosassoni con la figura del gentleman e che gli ricorda Prezzolini). E la sottolineatura della frattura determinata dalla fine del Medio Evo con l’accelerazione dell’egemonia della tecnica e della tecnocrazia a svantaggio della vocazione verso la trascendenza e il senso della dipendenza da Dio: un processo rivoluzionario in cui Liberismo, Marxismo, Positivismo e Storicismo sono “facce di una medesima medaglia sovvertitrice”. Al riguardo si propone l’ipotesi di una reversibilità di esso con la resistenza individuale e/o “il riunirsi comunitariamente in piccoli gruppi e famiglie“, comunque mantenendo “uno stile, un asse interiore” mediante l’autodisciplina e l’ascesi.
Ed ecco una necessaria precisazione: la reiezione delle “sole rivendicazioni dovute al tempo delle investiture e delle legittime nobilitazioni di sovrani e papi”, in quanto, in genere, non sono queste le élites a cui riferirsi: blasonati degni ve ne sono ancora, ma la nobiltà, in parte, non è – anche per l’alterigia e la supponenza -, all’altezza del titolo (come si rileva in vari Ordini e Confraternite cavalleresche). Ad essa fa riscontro la decisa e categorica asserzione per cui nobiltà oggi può essere solo “quella dello Spirito degno del passato o pronto a generare una novella Tradizione”, all’insegna del brocardo dantesco “fatti non foste a viver come bruti / ma per seguir virtute e conoscenza”, della consapevolezza che l’aristocrazia autentica è “il connotato del meglio rispetto all’usuale, al volgare”, secondo l’insegnamento di Platone, e che il fine ultimo non va riposto nel contingente. Donde ad ognuno è possibile essere aristocratico, degno dell’antica nobiltà, vivendo senza superbia, nella perseveranza, nella temperanza, nella rettitudine, oltre che nel servizio dei più deboli, sia materialmente sia moralmente. E’ rilevante, peraltro, l’opportunità che i sovrani ancora in carica riconoscano e concedano onori  e meriti: comunque non sono “il denaro, la potenza sociale o le “cordate” amicali e/o clientelari” a dover decidere circa un riconoscimento di aristocrazia. Illuminanti sono i  richiami ai classici: a Seneca, con l’ammonimento a “sapersi ritirare in se stessi” ma anche a “saper alternare la solitudine e lo stare con gli altri”; come a Marco Aurelio (e a S.Agostino) circa la norma dell’agire che può solo essere ispirata all’universalità dei valori; e insieme la sentenza per cui “chi gode di un animo nobile non sopravviverà inebetito nel nichilismo e nella sciatteria”.
Inequivocabile e severa è la deplorazione del corrente “dogma del non discutibile”, della diffusa liceità della licenza assoluta e della tendenza verso il livellamento sessuale, l’azzeramento della polarizzazione fra i sessi; della progressiva scomparsa della “autorevole e necessaria figura del padre e di ogni principio di tradizionale convivenza”. E al contrario vivida l’esaltazione dell’onore, della fedeltà, quale virtù fondamentale, che trova un’efficace esemplificazione in figure eroiche come Salvo D’Acquisto, S.Massimiliano Kolbe, i martiri monarchici napoletani di via Medina nel 1946, Jan Palach, Paolo Borsellino, Don Puglisi, “aristocratici cavalieri” del  nostro tempo. Particolarmente opportuno, poi, il richiamo a Franz Ebhardt, autore ottocentesco de L’arte di vivere, a sostegno del giudizio secondo cui la propria casa è oggi “più che mai da considerare come un luogo necessario di elezione, uno spazio di ammutinamento rispetto alla volgarità montante, irriguardosa, livellata e servile del mondo circostante”: una dimora che può tuttavia aprirsi accogliendo “pochi e scelti interlocutori per goethiane affinità elettive”, e di cui va curata l’armonia, la bellezza nella custodia (e nel rinnovamento) di memorie, affetti, ed eventuali collezioni, alla luce dell’affermazione di Borges, per il quale dureranno più in là oblio le cose, pure le cose minime ci cui discorre Pessoa, e nella scia di Vitruvio e Plinio il Vecchio: una casa che in un’epoca di “diaspora spirituale”diviene un rifugio all’inclemenza del tempo, come scriveva Gómez Dávila.
Considerazioni, queste, a cui si affianca la deplorazione della profanazione dei monumenti o dell’indifferenza di fronte ad essi, a cui fa riscontro il riconoscimento della possibilità di “costruire dimore, borghi e cattedrali” (ne è uno straordinario esempio Gaudì) e di “restaurare”, purificare, intanto, il nostro paesaggio interiore con l’arte, la cultura, senza dimenticare il buongusto, la convivialità domestica, magari anche scegliendo la campagna con le sue risorse e bellezze. Opportuno, poi, il ricordo dei precetti contemplati dal Codice cavalleresco, che si tramanda da secoli: “Presterai fede in ciò che insegna la Chiesa; Rispetterai i deboli e ti costituirai loro difensore; Amerai il paese in cui sei nato; Non indietreggerai mai davanti al nemico; Combatterai gli infedeli senza tregua e pietà… Non mentirai e terrai fede alla parola data; Sarai sempre il campione del bene contro l’ingiustizia e il male”. Donde il paradosso di quanti rivendicano “titoli e onori del passato promanati da autorità cristiane” e contemporaneamente si professano appartenenti ad altre fedi o addirittura agnostici o panteisti. E infine una vena nostalgica pervade la costatazione dell’ improbabilità della restaurazione di “troni e altari, corone e tiare” a meno di un intervento soprannaturale. Perfettamente in chiave con l’afflato religioso del discorso la conclusione, con l’esortazione ai “cavalieri erranti alla ricerca del Graal”, perché preghino e avanzino “in prossimità d’incontro con i loro pari” per meritare l’Eterno incontro con Dio e riconquistare, con purezza di cuore e limpidezza di sguardo, “la Gerusalemme celeste”.
Di queste pagine mi pare denominatore comune un illuminato conservatorismo che, pur potendo ispirare o condizionare opzioni politiche, non configura un disegno politico, e quindi, sia per la prevalente angolazione etica sia per la dimensione élitaria, non è tale da turbare i sonni dei maggiorenti del nostro panorama partitico. Al fervore e all’impegno intellettuale di questa lucida disamina segue un centinaio di pagine di antologia, popolate, in ordine alfabetico, da autori di epoche, nazionalità, lingue diverse; antichi, medievali, moderni ed anche contemporanei: poeti, filosofi, Papi, Santi, moralisti, Sovrani, storici, politici, statisti, mistici, romanzieri, musicisti, giornalisti. Sono brevi sentenze, aforismi, sobri brani o ampie dissertazioni. Si va, così, dalle pronunce incisive di Aristotele (“Chi è degno di grandi cose, è uomo nobile”), di Confucio, di Giovenale, di Dante (“E’ nobilitade ovunque è virtude, e non virtude ovunque è nobilitade”), di Carlyle (“Tra gli uomini c’è una naturale aristocrazia i cui fondatori sono la virtù e il talento”), di Baldassarre Castiglione (teorizzatore della “sprezzatura”), di Tommaso Campanella, di Francesco I Re delle Due Sicilie (“I contrassegni di onore e di distinzione sono il più potente eccitamento alle virtuose e lodevoli azioni”), di Fausto Gianfranceschi (“La confraternita degli spiriti nobili esiste”), di Salvator Gotta (“L’anima a Dio, la vita al Re, il cuore alle Donne, l’Onore a me…”), di Hirohito Imperatore del Giapone, di Jean Rostand (“Non c’è nobiltà senza generosità…”), di Marcello Veneziani, di Stefano Zecchi; alle articolate disamine di Louis de Bonald, di Plinio Corrêa de Oliveira, di Meister Eckhart, di Romano Guardini, di José Ortega y Gasset, di Régine Pernoud, di Pio XII, di Gustave  Thibon, di Diego de Vargas Machuca. E tra i due poli, numerosi brevi pensieri, come quello di Maria Patrizia Allotta, Nicolas Boileau. Giovanni Botero, Franco Cardini, Benedetto Croce, San Francesco di Sales, Vincenzo Gioberti, Guido Guinizelli, Emmanuel Lévinas, Joseph de Maistre, Gennaro Malgieri, Jean de Meun, Alfredo Oriani, Riccardo Scarpa, Arthur Schopenhauer, Seneca, San Tommaso d’Aquino, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Gian Battista Vico.
Diverse voci, queste, che alimentano la mirabile armonia di questo suggestivo panorama. Se, infatti, molte sottolineano la necessità imprescindibile della virtù, altre insistono sulla genesi religiosa della nobiltà; qualcuna pone l’accento sul valore dell’ereditarietà, qualche altra sulla generosità e, in genere, “sulla differenziazione del comportamento e dell’interiorità, della qualità e del merito”; c’è chi privilegia l’aristocrazia del pensiero e  della cultura, mentre deplora lo scadimento etico dell’aristocrazia di sangue; chi si sofferma ad additare i limiti dello spirito borghese e l’uso distorto degli “immortali principi dell’ ’89”; chi auspica la formazione di una nuova aristocrazia nella scia dello spirito della cavalleria. Voci, dunque, diverse ma sostanzialmente concordi sui processi dissolutivi, “perniciosi aspetti della secolarizzazione e della tecnolatria”; e quindi nel rivendicare l’esigenza di esorcizzare l’odierna barbarie, massificatrice e ofelimitarista.
Fanno degna corona alle due sezioni precedenti del libro le raffinate pagine del Congedo al Café de Maistre, che si ispirano ai due aristocratici savoiardi, alfieri della tradizione, Joseph e Xavier de Maistre; e quelle del saggio, “di cristallina chiarezza”, dI Don Amadeo-Martín Rey y Cabieses Tres conceptos de Excelencia: Nobleza, Caballería, Aristocracia: un testo di cui Tommaso Romano evidenzia “lo stile, il rigore storico e dottrinale, l’uso accorto delle fonti, nonché il panoramico diorama organicamente tracciato dallo scrittore che, incardinato a partire giustamente dalla Tradizione spagnola, si arricchisce con validi approfondimenti indicati anche in quelle di varie altre nazionalità e culture, con rilievo riguardo pure alla realtà storica italiana…”.
Un saggio che si conclude additando gli elementi fondanti della “mejor aristocrazia” nel “respeto  a la palabra data”, nella “bontad y la generosidad, la valentia y el coraje, la sinceridad y el respeto a la verdad” congiunti alla “modestia y umildad de corazón”. Una conclusione che mi pare atta a fugare ogni diffidenza (quasi un sentore di egocentrismo o di superbia o di scarsa solidarietà  o di mera galanteria) o incomprensione circa l’intento di questo bel libro; che può, ovviamente, non piacere ai conformisti o ai dissacratori della tradizione, ai demagoghi, ma indubbiamente interpreta un’istanza spesso dissimulata ma particolarmente avvertita dalle persone restìe ad unóiformarsi alla decadenza etica corrente. Un libro coraggioso, certamente, nel vigore della sua denuncia e nel fervore (non acritico) della sua rivendicazione della tradizione. Donde il “panormita inattuale” (come si definisce l’autore) appare più che mai attuale, nella luce dell’esigenza di esaltare ciò che leva l’uomo al disopra della palude della grossolanità, del conformismo, della barbarie. 

sabato 11 marzo 2017

Tommaso Romano, "Elogio della Distinzione" (Ed. Thule)

di Alberto Maira

Un massificante egualitarismo che ha omologato l’esistenza degli uomini travolgendo la vita di interi popoli con un appiattimento soffocante, sposo e figlio insieme,  di un relativismo dalle fosche tinte ciniche e annichilenti, ha reso irrespirabile e invivibile il clima del nostro mondo, delle nostre città, dalle megalopoli ai villaggi apparentemente più sperduti ma ormai raggiunti dal rullo compressore di dinamiche massmediatiche, che ti inseguono ovunque, pronte a massacrare la ricchezza di ogni identità e gli spazi di ogni libertà concreta.
Tommaso Romano è un educatore e uno scrittore palermitano, che ha fatto della propria esistenza sin da piccolo, un soldato al servizio di valori non negoziabili, di battaglie difficili ma di alto profilo. E la non negoziabilità dei valori ai quali ha dedicato e continua a dedicare ogni giorno della sua vita da vero e proprio “milite” non sta nel partito preso di ideali frutto di una scelta ideologica partigiana ma dalla adesione a quella “verità delle cose” senza la quale l’ esistenza umana diviene non-senso e disperazione. E dolore, disperazione e distruzione sono il volto trascinato e trascurato di parte considerevole dell’umanità contemporanea. L’assalto alla “verità delle cose”, per usare un termine del filosofo Josef Pieper, si è rivelato un assalto all’amore di Dio per l’uomo con  conseguenti diabolici risultati della costruzione di un mondo senza Dio quindi senza pace, senza Dio quindi senza gioia, senza Dio quindi privo di significati.
In Elogio della Distinzione, l’autore, ci offre itinerari di possibile fuoriuscita  dal terreno melmoso della piattezza e del vuoto valoriale. Indicandoci non il proclamare una insignificante “distinzione per la distinzione”, per il puro gusto dell’essere fuori dal coro – che comunque è tra l’altro stonato – ma per essere gli incarnatori di un vissuto che risponda alla nostra natura di creature di quel Re dell’Universo che  ha iscritto nel nostro cuore un compito che ha un fine ultimo comune e itinerari per conseguirlo legati alla unicità e irripetibilità di ognuno di noi.  Sì, uguali ma unici e irripetibili. Dove l’essere uguali non è mai egualitarismo. E dove la unicità e irripetibilità non diviene mai individualismo.
Per aiutarci a meditare tutto ciò e altro, Tommaso Romano offre un ricercatissimo florilegio di autori di tempi, luoghi, condizioni, tratti, scuole, temperamenti ed anche prospettive diversi. Ma che, per gli aforismi e le riflessioni nel volume ripresi, offrono suggestioni utili allo scopo, che è quello, di ri-creare    “cultura, arte e ambienti” che favoriscano la rinascita di un mondo normale e vivibile,  alternativo a quello che è frutto della ribellione delle passioni più disordinate.
Nel testo si utilizzano decine e decine di citazioni molto significative e utili di autori antichi e antichissimi, da Aristotele ad Ariosto e Tasso, da Dante a Vico, così come di maestri di vita che i lettori, che speriamo siano tanti, avranno magari anche personalmente conosciuto come Attilio Mordini, Regine Pernoud, Gustave Thibon o  Giovanni Cantoni .
Già il professor Plinio Correa de Oliveira, nel suo magistrale saggio “Rivoluzione e Contro-Rivoluzione”, che non dobbiamo mai smettere di proporre come lettura della crisi del mondo moderno e come indicazione di itinerario di uscita da questa crisi, aveva parlato di “ complessità e l'ampiezza del processo rivoluzionario nelle zone più profonde delle anime, e pertanto della mentalità dei popoli” dove “è più facile indicare tutta l'importanza della cultura, delle arti e degli ambienti” nella marcia dei processi disgregativi. L’opera del Romano offre strumenti per restaurare rinnovati ambiti ove far rinascere e crescere, una nuova classe di nobili spiriti che vivifichino le famiglie sempre più disorientate, la cultura sempre più mercificata, le nazioni sempre più prive di punti di riferimento autentici. Quella che viene proposta è in definitiva la rinascita di focolai di saggezza.  
Il florilegio offerto diviene cosi un contributo non di puro esercizio letterario ma uno strumento per alimentare lo spirito, un aiuto a sopravvivere, senza abbattimenti e rassegnazioni ingiustificate, a rilanciarsi in forme rinnovate,  al servizio di una nuova evangelizzazione e di rinnovato slancio missionario che coniughi lo spirito contemplativo e  quello attivo, senza ripiegamenti intimistici e folcloristici, senza risibili orpelli e anacronistici estetismi.

mercoledì 1 marzo 2017

Tommaso Romano, "Elogio della Distinzione" (Ed. Thule)

di Marcello Veneziani

Il bell'Elogio della Distinzione, un libro ricco e coerente di un hidalgo del pensiero.

mercoledì 15 febbraio 2017

Napoli: presentato l’Elogio della Distinzione di Tommaso Romano

Presso la Galleria d’Arte moderna PRAC, in Napoli, sabato 11 febbraio, organizzato dall’Unione Monarchica, Italiana è stato presentato il volume del Prof. Tommaso Romano, “Elogio della Distinzione”.
In un’età di approssimazione ed appiattimento, il volume, edito da Fondazione Thule Cultura, e presentato dal Prof. Mario Anzisi e dal Presidente nazionale U.M.I. Alessandro Sacchi, si manifesta come un’idea editoriale fresca e gradevole.
Assente l’Autore, per un’improvvisa ed imprevedibile indisposizione, il pomeriggio letterario ha visto la partecipazione di folto ed interessato pubblico.




martedì 7 febbraio 2017

A Napoli presentazione del volume "Elogio della Distinzione" di Tommaso Romano

ELOGIO DELLA DISTINZIONE
di Tommaso Romano
(ed. Fondazione Thule Cultura)


ne discutono con l'Autore
Prof. Mario Anzisi
Avv. Alessandro Sacchi


NAPOLI - Sabato 11 Febbraio, ore 17.00 - GALLERIA D'ARTE PRAC, via Nuova Pizzofalcone, 2


l'Unione Monarchica Italiana invita alla presentazione del libro

lunedì 23 gennaio 2017

Tommaso Romano, "Elogio della Distinzione" (Ed. Thule)

di Manlio Corselli

In tempi di barbarie è davvero un atto di audacia inusitata, che – direi – rasenta addirittura la follia, il voler vergare e pronunciare elogi sulla distinzione. Ma siffatta decisione, lungi dall’essere atteggiamento di insana presunzione intellettuale, corrisponde al contrario alla volontà di un Autore, dall’animo sano e robusto, di scegliere di essere deliberatamente inattuale.
Infatti le considerazioni che Tommaso Romano svolge in questa sua ultima poderosa, ricca e preziosa opera non possono che essere intrinsecamente inattuali allorquando risuonano nel deserto popolato dagli ammiccanti ultimi uomini di nietzscheana memoria, i quali appaiono come deboli, tristi coscienze addormentate nel naufragio della modernità cullata da un nichilismo dolce e perfino sdolcinato.
In tempi di barbarie, perciò, tessere l’elogio della distinzione è un’impresa assai iperbolica che urta coloro che sono gioiosamente poveri di spirito e che scandalizza coloro che si nascondono dietro ciò che è il ‘civilmente e politicamente corretto’.
Questo elogio, invero, può apparire alquanto sgradevole sia sul fronte delle eguali aspirazioni di massa sia sul versante dei comportamenti diffusi della gente, ragion per cui esaltare il valore della distinzione produce un apparente, grave ed irrimediabile scandalo sociale.
Di conseguenza colui che propugna l’eccellenza della distinzione, e se ne fa carico di coerente testimonianza di esistenza, finisce per essere relegato nella perpetua solitudine, nonché per essere confinato in una situazione di isolamento quasi assoluto in un mondo come quello attuale che raggruma gli stili di vita di ognuno in una serie di schemi omologanti sulla scia dell’essere e dell’apparire sotto l’egida dell’egalité.
Dalla  Rivoluzione Francese in poi l’egalité si pone come l’unica ed imperiosa, ed imperativa legge del corso della storia che travolge tutti i residui distintivi che caratterizzano la varietà e la multiformità degli aspetti umani e culturali. L’egalité si propone come l’unico dio dei tempi moderni a cui sacrificare tutte le differenze grazie alle quali, invece, ognuno di noi si specifica come un individuo vivente unico ed irripetibile nella scena del mondo. Essa appare piuttosto come il trionfo attuale dell’uniformità. 
Il fatto è che l’eguaglianza paritaria, intesa come valore supremo e fondante della comunità civile, ha senso se rapportata all’eguaglianza sancita dagli ordinamenti giuridici dinanzi alla legge; diventa invece una mistificazione se sopravanza il valore della libertà inteso nel suo senso più radicale di affermazione di distinti progetti di vita individuali. Il valore della libertà, nel nostro caso, rappresenta il fertile humus da cui germoglia la santa riscossa contro la parificazione che tutto con-fonde nel buio della notte dell’indistinzione. Soltanto uno spirito libero e forte, perciò, può rivendicare il diritto alla distinzione. 
Sì, perché la distinzione è innanzi tutto educazione di giudizio e conformazione di coscienza che fa da base a comportamenti degni di fungere da exempla, ovvero a contegni personali di impronta onorevole. Allora, l’ethos della distinzione – suggerisce Guglielmo Bonanno di San Lorenzo – si mostra nel personale contegno che suscita in coloro che ci sono vicini e rivela segni di stimata considerazione e riconoscimenti di onorevoli apprezzamenti.
Tommaso Romano crede nella distinzione e combatte per la distinzione: <<chi gode di un animo nobile – proclama con la fierezza tipica del distinto studioso – non sopravviverà inebetito nel nichilismo e nella sciatteria>> nei quali è pur vero che si rotolano i tempi moderni nell’ebbrezza di contaminarsi col nulla e col brutto. E in questo rotolare tutto decade e niente si salva.
Eppure, per il nostro Autore, negli apocalittici tempi del presente, invero intrisi pur essi di “pioggia di zolfo e di piombo”, la vocazione alle “idee chiare e distinte” è speranza di salvezza per quelle anime che dantescamente si stagliano “sdegnose e solitarie” sull’estremo orizzonte della distanza come un faro di nobile ed intrepido coraggio di contrasto nei confronti dell’ignobile viltà del conformismo dilagante.
Sentiamo la mancanza, oggi, di tante figure giganteggianti che, come l’antico Sordello da Goito, sappiano professare e testimoniare la vera dignità della vita, l’autentica severità della coerenza, la limpida condotta dell’uomo onesto e di gentile aspetto, dell’uomo, ovvero, che impronta a decoro e a virtù i propri pensieri, i propri sentimenti, le proprie gesta. 
In questo senso una vita decorosa è tale quando sa ostentare il decoro morale e gli obblighi di comportamento sociale che da esso derivano. La vita decorosa, dunque, rifugge dall’esibizione degli inutili orpelli e delle effimere decorazioni, per adornarsi invece delle insegne che danno lustro agli austeri e buoni costumi della rettitudine, sicché è legittimo dire, senza tema di smentite, che un uomo decorato da una vita decorosa è un uomo non solo distinto ma anche dotato di un certo ‘saper fare’.
Tommaso Romano, nel delineare le tante situazioni della distinzione, assume come principio di discorso l’esortazione del nostro sommo Dante Alighieri per la quale ‘non fummo fatti per viver come bruti ma per seguire virtute e canoscenza’. Il che – tradotto in altri termini – è un invito a rifuggire il volgo e le volgarità che rendono miserevole e miserabile la concezione di vita grossolana di una umanità che ha in spregio la coltivazione della sapienza, della saggezza e della bellezza. L’uomo incolto e selvaggio infatti non è altro che l’uomo della barbarie ritornata, l’abitante delle moderne selve oscure.
Dinanzi a quest’uomo, tuttavia, si apre una speranza di salvezza. Infatti, la prospettazione di uno stile di vita di superiore civiltà, che proprio le risorse ideali (e non altre) della Tradizione possono offrirgli per insegnargli l’arte del buon vivere, quella del buon gusto e, non per ultimo, quella del misurato comportamento, rappresenta una spinta di palingenesi, una molla di decoroso riscatto dalla supina volgarità che insozza interiormente ed esteriormente.
La Tradizione, nella riflessione di Tommaso Romano, diventa quindi la chiave di volta del riposizionamento della distinzione (nei suoi due aspetti di individuale e di collettiva) nel mos maiorum e nel more nobilium. 
L’uomo distinto non nasce, ma discende da una genealogia forgiata dalla sostanza immateriale di valori mai rinnegati, custoditi nel patrimonio delle generazioni che ci hanno preceduto, trasmessi nella loro integralità e confermati da una personale esperienza di esistenza.
Sotto questo punto di vista, la persona distinta non solo fa proprio il costume dei Padri ma anche lo arricchisce nel corso della propria vita individuale perseverando in nobilitate.
Vivere nobilmente, allora, non significa vivere in una maniera vetustamente fuori dal mondo sociale che ci circonda, cioè in una antiquaria separatezza. Vivere nobilmente, invece, significa condurre uno stile sociale all’insegna della gravitas ed impregnato dall’onore di fedeltà ai supremi principi morali.
L’intendimento di Romano, dunque, è quello di far piazza pulita dei consueti anacronistici significati che definiscono il concetto e lo status della nobiltà. <<Nel vetusto vocabolario araldico-genealogico-nobiliare è contemplata una definizione di qualità che possiamo prendere volentieri in prestito: lo stato more nobilium, lo stato in cui, cioè, si vive nobilmente, anche a prescindere dal pubblico riconoscimento della nobiltà; (…) vale a dire che anche il nobilitante vivere e sentire può creare le premesse di una discendenza improntata a tali valori>>.
Affermando ciò, Tommaso Romano cita, a conferma della propria tesi, l’autorevole pensiero di Dante Alighieri per il quale – come è stato già ricordato – <<la stirpe non fa le singolari persone nobili, ma le singolari persone fanno nobile la stirpe>>. Di conseguenza, nel tempo presente la nobiltà, nella visione del nostro Autore, <<non può essere oggi che quella dello Spirito degno del passato, oppure che è pronto a generare una novella Tradizione>>.
In un’epoca in cui si è affievolito il principio di legittimazione nobiliare e nella quale i titolari della fons honorum sembrano centellinare, se non quasi addirittura rinunziare all’esercizio del potere nobilitante, si  corre il rischio di decretare la definitiva scomparsa delle gerarchie tradizionali che hanno caratterizzato millenariamente la civiltà europea e l’ordinato, armonioso sistema del jus publicum europeum.
Un esito del genere sarebbe una vera e propria catastrofe per l’identità culturale del Vecchio Continente e suonerebbe come colpa grave per coloro che per ignavia, o per colpevole rinunzia delle loro prerogative sovrane, lasciassero scomparire corpi e istituti nobiliari la cui ragione di diritto è sancita dalla voluntas regis di Principi che sono a capo di Dinastie comunque non debellate.
Le elitès giocano sempre un ruolo di guida in ogni epoca storica; la loro scomparsa, o la loro sostituzione, determinano mutamenti non irrilevanti negli assetti sociali e politici consolidati. Le elitès sono perciò indispensabili per gli antichi e nuovi regimi. Ma, avverte Romano, c’è una grande differenza fra quelle che dominano le scene di oggi e quelle che governavano nell’Antico regime. Le elitès di oggi non sono altro che delle oligarchie monopolizzatrici, cioè gruppi di potere, invece quelle di ieri esprimevano uomini dotati socialmente e pubblicamente delle migliori qualità, gli eccellenti che si distinguevano per essere, insomma, riconosciuti come autentici aristocratici.
Agli aristocratici, e non ai portatori degli interessi demo-plutocratici, si rivolge Tommaso Romano per invocare una nuova renovatio imperii. Su questo punto egli è abbastanza chiaro e perentorio. <<Che siano il denaro, la potenza sociale o le ‘cordate’ amicale e/o clientelari a decidere, questo lo riteniamo, invece, non consono al valore nobilitante e, in ultima istanza, ininfluente in termine morali e spirituali per un autentico riconoscimento di aristocrazia, vero sigillo di una conseguita nobiltà integrale>>.
L’aristocrazia, pertanto, è uno stato d’elezione che non deve nulla alla democrazia, anche se non è confliggente con essa in quanto si riferisce allo status dell’uomo coltivato e distinto. In questo senso appaiono illuminanti i pensieri di un grande filosofo italiano, Benedetto Croce, quando afferma che <<non si dice cosa peregrina se si dice che gli uomini che pensano e che operano profondamente sono pochi e che perciò le sorti della società umana sono legate a quelle di un’aristocrazia. E neppure si dice ormai alcunché di peregrino aggiungendo che non si deve pensare con ciò alle vecchie aristocrazie chiuse, a quelle del sangue e dell’eredità (…), ma ad aristocrazie sempre aperte, in continuo rinnovamento, i cui componenti, compiuta l’opera loro, muoiono o tornano nelle file, sopravvivendo all’ufficio esercitato>>.
Il messaggio che proviene dalla lezione crociana viene fatto proprio da Tommaso Romano perché è per lui chiaro che il modello archetipico greco dell’aristocrazia non può che essere aperto alle trasformazioni sociali di coloro che, adulti nella formazione, aspirano a testimoniare costumi migliori offrendo, da migliori, un servizio più elevato all’intero corpo sociale.
L’aristocrazia viene, così, ad assumere un carattere di attrazione sociale dinamico che non corrisponde a rivendicazioni premiali ma che risponde all’esigenza di garentire la feconda vitalità di rigenerazione di quel corpo sociale di cui si è detto poco sopra. Innervare elementi di aristocrazia nel tessuto sociale può contribuire, per Tommaso Romano, a rafforzare alcuni profili di etica pubblica che sembrano essere destinati al loro inesorabile nichilistico tramonto.  
Il nostro autore non appoggia il suo auspicio su romantici vagheggiamenti o su estetizzanti nostalgie, ma ne addita con concretezza un possibile percorso di attuazione. Le nuove o rinnovate aristocrazie prendono forma attraverso la ricezione e la permanenza nelle istituzioni cavalleresche. Gli Ordini cavallereschi, con i loro Statuti e le loro Regole religiose, possono costituire infatti, per Tommaso Romano, una scuola d’onore, di fede, di lealtà e di dignità, in guisa che coloro che vi sono accolti possano essere educati alla vera, integrale nobiltà, cioè alla magnanimità dell’animo, all’umiltà delle pratiche di edificazione spirituale, all’impegno di dedizione caritativa, ai carismi di una missione che possiamo riassumere nella formula dei Cavalieri di Malta come tuitio fidei et obsequium pauperum.
Sì, perché non c’è nulla di più bello ed onorevole che dedicare la propria vita alla difesa della fede e al servizio di coloro che sono infermi nel corpo e – come dice con bella e ispirata immagine il Santo Padre – ‘feriti nella loro anima’. La Cavalleria, perciò, educa alla libertà perché è spada spirituale della misericordia di Dio, del suo afflato caritativo verso quei soggetti che la Tradizione ha individuato fin dal Medio Evo come i più bisognosi di protezione amorevole: le vedove, gli orfani, i poveri.
Nei presenti tempi di barbarie, acuita anche dalle perverse conseguenze di una selvaggia e disumana globalizzazione che produce finanche nuove forme di schiavitù umana, spetta alla milizia cristiana cavalleresca l’onere di avvolgere col manto della pietà i fratelli che portano i segni del Cristo sofferente.
Con le professioni, per esempio, dei voti di obbedienza e di povertà la milizia cristiana cavalleresca testimonia una vitalità della natura dell’istituzione il cui ruolo non può che essere quello, nella post-modernità, di nobilitare in senso più alto la ‘città terrena’, restaurandone i segni del Bene Comune e la Giustizia della solidarietà umana. Si tratta, invero, di affrontare la sfida della secolarizzazione e profondere le migliori energie per riconsacrare un mondo sempre più profano, sempre più incline a dissolutezze paganeggianti.
Portatori della luce della Tradizione, spetterà ai sodalizi cavallereschi illuminare con la bellezza della fede e della verità rivelata il futuro degli stili di vita dell’umanità pellegrina in questa terra. Desidero, perciò, concludere rivolgendo alla tua illustre persona, Tommaso, questo elogio della distinzione che hai voluto dedicare all’Aristocrazia, alla Cavalleria e alla Nobiltà, intravedendo in Te un distinto amico dell’Onore e della perenne Parola di salvezza

martedì 10 gennaio 2017

Tommaso Romano, "Elogio della Distinzione" (Ed. Thule)

di Lydia Gaziano

Come il naufrago Ulisse che, abbarbi­cato allo scoglio, ferito e pur vivo, resi­ste alle onde che su di lui si abbattono incessanti e rabbiose, sono i pochi che tuttora, all’avanzare del brutto e del vile, rialzano la testa per dire no, no e ancora no. Alziamo un argine al ba­ratro incalzante. Ma, per fortuna, avan­za piano, ma deciso, il drappello dei dissidenti, degli anticonformisti, di chi al facile plauso preferisce il consenso intelligente dei pochi e Tommaso Ro­mano ne raccoglie i pensieri, le cita­zioni, le massime. “Io son Cavaliere.
Tale io verrò e morrò, se a Dio piacerà. Io cammino nell’aspro sentiero della Cavalleria errante e disprezzo le ricchezze, ma tengo in gran con­to l’onore. Ho vendicato ingiurie, ho raddrizzato torti, ho castigato in­solenze. Non ho intenzione che non sia retta, e penso soltanto a fare a tutti del bene (Miguel de Cervantes)”. “La generosità non è altro che la pietà delle anime nobili (Nicolas de Chamfort). “Un gentiluomo è esi­gente con se stesso, un uomo volgare con gli altri (Confucio)”.
“I nostri avi, i Romani, avevano notoriamente un’autentica predilezio­ne per il concetto stesso dell’onore, che nasceva principalmente dal comportamento dell’individuo, evidentemente più degli altri rispettoso delle leggi e leale verso il prossimo, quandanche si trattasse del nemico in guerra (Guglielmo Bonanno di San Lorenzo)”. “Si è nobili solo quando si è esemplari nell’Applicazione della legge di Dio (J. Diego Ortega)”. “Unite le vostre forze perché siano destinate alla costruzione del futuro. Coltivate le vie della rettitudine e la nobiltà di spirito, pro­muovete e lavorate con risoluzione (Hirohito, imperatore del Giappo­ne)”. “Più gli uomini si sentono uguali, più facilmente tollerano di esse­re trattati come pezzi intercambiabili, sostituibili e superflui. L’ugua­glianza è la condizione psicologica preliminare delle carneficine fredde e scientifiche (Nicolas Gomez Davila)”.
“Le folle non hanno mai provato il desiderio della verità. Chiedono so­lo illusioni, delle quali non possono fare a meno. Da sempre la prefe­renza va al surreale rispetto al reale, l’irreale agisce su di esse con la stessa forza che il reale. Hanno un’evidente tendenza a non distinguere l’uno dall’altro (Sigmund Freud).”
E’ dei grandi della cultura mondiale l’inno alla nobiltà, alla bellezza, alla magnificenza: Platone, Seneca, Dante Alighieri, Ludovico Ariosto, Miguel de Cervantes, Stendhal. Un unico grido s’innalza da tante voci diverse: coraggio, coraggio e ancora coraggio, via dal baratro della vil­tà. Il “Professore” fa certamente sfoggio della diversificata cultura ac­quisita fra i tanti studi e letture compiute. Lancia, dunque, un appello a chi sa e può approdare ad una presa di coscienza in tempi in cui la cul­tura non è certo morta, ma rischia l’indeterminatezza e lo smarrimen­to fra tante voci discordanti e non sempre consone. E si riferisce alla cultura classicamente intesa, come a quella antropologica. (L.G.) Tommaso Romano, Elogio della Distinzione Aristocrazia, cavalleria, Nobiltà, Stile in tempo di barbarie. Florilegio di Autori con un Saggio di Amadeo- Martin Rey y Cabiese. 
da: "Palermo Parla", nà 102, Dicembre 2016