lunedì 23 gennaio 2017

Tommaso Romano, "Elogio della Distinzione" (Ed. Thule)

di Manlio Corselli

In tempi di barbarie è davvero un atto di audacia inusitata, che – direi – rasenta addirittura la follia, il voler vergare e pronunciare elogi sulla distinzione. Ma siffatta decisione, lungi dall’essere atteggiamento di insana presunzione intellettuale, corrisponde al contrario alla volontà di un Autore, dall’animo sano e robusto, di scegliere di essere deliberatamente inattuale.
Infatti le considerazioni che Tommaso Romano svolge in questa sua ultima poderosa, ricca e preziosa opera non possono che essere intrinsecamente inattuali allorquando risuonano nel deserto popolato dagli ammiccanti ultimi uomini di nietzscheana memoria, i quali appaiono come deboli, tristi coscienze addormentate nel naufragio della modernità cullata da un nichilismo dolce e perfino sdolcinato.
In tempi di barbarie, perciò, tessere l’elogio della distinzione è un’impresa assai iperbolica che urta coloro che sono gioiosamente poveri di spirito e che scandalizza coloro che si nascondono dietro ciò che è il ‘civilmente e politicamente corretto’.
Questo elogio, invero, può apparire alquanto sgradevole sia sul fronte delle eguali aspirazioni di massa sia sul versante dei comportamenti diffusi della gente, ragion per cui esaltare il valore della distinzione produce un apparente, grave ed irrimediabile scandalo sociale.
Di conseguenza colui che propugna l’eccellenza della distinzione, e se ne fa carico di coerente testimonianza di esistenza, finisce per essere relegato nella perpetua solitudine, nonché per essere confinato in una situazione di isolamento quasi assoluto in un mondo come quello attuale che raggruma gli stili di vita di ognuno in una serie di schemi omologanti sulla scia dell’essere e dell’apparire sotto l’egida dell’egalité.
Dalla  Rivoluzione Francese in poi l’egalité si pone come l’unica ed imperiosa, ed imperativa legge del corso della storia che travolge tutti i residui distintivi che caratterizzano la varietà e la multiformità degli aspetti umani e culturali. L’egalité si propone come l’unico dio dei tempi moderni a cui sacrificare tutte le differenze grazie alle quali, invece, ognuno di noi si specifica come un individuo vivente unico ed irripetibile nella scena del mondo. Essa appare piuttosto come il trionfo attuale dell’uniformità. 
Il fatto è che l’eguaglianza paritaria, intesa come valore supremo e fondante della comunità civile, ha senso se rapportata all’eguaglianza sancita dagli ordinamenti giuridici dinanzi alla legge; diventa invece una mistificazione se sopravanza il valore della libertà inteso nel suo senso più radicale di affermazione di distinti progetti di vita individuali. Il valore della libertà, nel nostro caso, rappresenta il fertile humus da cui germoglia la santa riscossa contro la parificazione che tutto con-fonde nel buio della notte dell’indistinzione. Soltanto uno spirito libero e forte, perciò, può rivendicare il diritto alla distinzione. 
Sì, perché la distinzione è innanzi tutto educazione di giudizio e conformazione di coscienza che fa da base a comportamenti degni di fungere da exempla, ovvero a contegni personali di impronta onorevole. Allora, l’ethos della distinzione – suggerisce Guglielmo Bonanno di San Lorenzo – si mostra nel personale contegno che suscita in coloro che ci sono vicini e rivela segni di stimata considerazione e riconoscimenti di onorevoli apprezzamenti.
Tommaso Romano crede nella distinzione e combatte per la distinzione: <<chi gode di un animo nobile – proclama con la fierezza tipica del distinto studioso – non sopravviverà inebetito nel nichilismo e nella sciatteria>> nei quali è pur vero che si rotolano i tempi moderni nell’ebbrezza di contaminarsi col nulla e col brutto. E in questo rotolare tutto decade e niente si salva.
Eppure, per il nostro Autore, negli apocalittici tempi del presente, invero intrisi pur essi di “pioggia di zolfo e di piombo”, la vocazione alle “idee chiare e distinte” è speranza di salvezza per quelle anime che dantescamente si stagliano “sdegnose e solitarie” sull’estremo orizzonte della distanza come un faro di nobile ed intrepido coraggio di contrasto nei confronti dell’ignobile viltà del conformismo dilagante.
Sentiamo la mancanza, oggi, di tante figure giganteggianti che, come l’antico Sordello da Goito, sappiano professare e testimoniare la vera dignità della vita, l’autentica severità della coerenza, la limpida condotta dell’uomo onesto e di gentile aspetto, dell’uomo, ovvero, che impronta a decoro e a virtù i propri pensieri, i propri sentimenti, le proprie gesta. 
In questo senso una vita decorosa è tale quando sa ostentare il decoro morale e gli obblighi di comportamento sociale che da esso derivano. La vita decorosa, dunque, rifugge dall’esibizione degli inutili orpelli e delle effimere decorazioni, per adornarsi invece delle insegne che danno lustro agli austeri e buoni costumi della rettitudine, sicché è legittimo dire, senza tema di smentite, che un uomo decorato da una vita decorosa è un uomo non solo distinto ma anche dotato di un certo ‘saper fare’.
Tommaso Romano, nel delineare le tante situazioni della distinzione, assume come principio di discorso l’esortazione del nostro sommo Dante Alighieri per la quale ‘non fummo fatti per viver come bruti ma per seguire virtute e canoscenza’. Il che – tradotto in altri termini – è un invito a rifuggire il volgo e le volgarità che rendono miserevole e miserabile la concezione di vita grossolana di una umanità che ha in spregio la coltivazione della sapienza, della saggezza e della bellezza. L’uomo incolto e selvaggio infatti non è altro che l’uomo della barbarie ritornata, l’abitante delle moderne selve oscure.
Dinanzi a quest’uomo, tuttavia, si apre una speranza di salvezza. Infatti, la prospettazione di uno stile di vita di superiore civiltà, che proprio le risorse ideali (e non altre) della Tradizione possono offrirgli per insegnargli l’arte del buon vivere, quella del buon gusto e, non per ultimo, quella del misurato comportamento, rappresenta una spinta di palingenesi, una molla di decoroso riscatto dalla supina volgarità che insozza interiormente ed esteriormente.
La Tradizione, nella riflessione di Tommaso Romano, diventa quindi la chiave di volta del riposizionamento della distinzione (nei suoi due aspetti di individuale e di collettiva) nel mos maiorum e nel more nobilium. 
L’uomo distinto non nasce, ma discende da una genealogia forgiata dalla sostanza immateriale di valori mai rinnegati, custoditi nel patrimonio delle generazioni che ci hanno preceduto, trasmessi nella loro integralità e confermati da una personale esperienza di esistenza.
Sotto questo punto di vista, la persona distinta non solo fa proprio il costume dei Padri ma anche lo arricchisce nel corso della propria vita individuale perseverando in nobilitate.
Vivere nobilmente, allora, non significa vivere in una maniera vetustamente fuori dal mondo sociale che ci circonda, cioè in una antiquaria separatezza. Vivere nobilmente, invece, significa condurre uno stile sociale all’insegna della gravitas ed impregnato dall’onore di fedeltà ai supremi principi morali.
L’intendimento di Romano, dunque, è quello di far piazza pulita dei consueti anacronistici significati che definiscono il concetto e lo status della nobiltà. <<Nel vetusto vocabolario araldico-genealogico-nobiliare è contemplata una definizione di qualità che possiamo prendere volentieri in prestito: lo stato more nobilium, lo stato in cui, cioè, si vive nobilmente, anche a prescindere dal pubblico riconoscimento della nobiltà; (…) vale a dire che anche il nobilitante vivere e sentire può creare le premesse di una discendenza improntata a tali valori>>.
Affermando ciò, Tommaso Romano cita, a conferma della propria tesi, l’autorevole pensiero di Dante Alighieri per il quale – come è stato già ricordato – <<la stirpe non fa le singolari persone nobili, ma le singolari persone fanno nobile la stirpe>>. Di conseguenza, nel tempo presente la nobiltà, nella visione del nostro Autore, <<non può essere oggi che quella dello Spirito degno del passato, oppure che è pronto a generare una novella Tradizione>>.
In un’epoca in cui si è affievolito il principio di legittimazione nobiliare e nella quale i titolari della fons honorum sembrano centellinare, se non quasi addirittura rinunziare all’esercizio del potere nobilitante, si  corre il rischio di decretare la definitiva scomparsa delle gerarchie tradizionali che hanno caratterizzato millenariamente la civiltà europea e l’ordinato, armonioso sistema del jus publicum europeum.
Un esito del genere sarebbe una vera e propria catastrofe per l’identità culturale del Vecchio Continente e suonerebbe come colpa grave per coloro che per ignavia, o per colpevole rinunzia delle loro prerogative sovrane, lasciassero scomparire corpi e istituti nobiliari la cui ragione di diritto è sancita dalla voluntas regis di Principi che sono a capo di Dinastie comunque non debellate.
Le elitès giocano sempre un ruolo di guida in ogni epoca storica; la loro scomparsa, o la loro sostituzione, determinano mutamenti non irrilevanti negli assetti sociali e politici consolidati. Le elitès sono perciò indispensabili per gli antichi e nuovi regimi. Ma, avverte Romano, c’è una grande differenza fra quelle che dominano le scene di oggi e quelle che governavano nell’Antico regime. Le elitès di oggi non sono altro che delle oligarchie monopolizzatrici, cioè gruppi di potere, invece quelle di ieri esprimevano uomini dotati socialmente e pubblicamente delle migliori qualità, gli eccellenti che si distinguevano per essere, insomma, riconosciuti come autentici aristocratici.
Agli aristocratici, e non ai portatori degli interessi demo-plutocratici, si rivolge Tommaso Romano per invocare una nuova renovatio imperii. Su questo punto egli è abbastanza chiaro e perentorio. <<Che siano il denaro, la potenza sociale o le ‘cordate’ amicale e/o clientelari a decidere, questo lo riteniamo, invece, non consono al valore nobilitante e, in ultima istanza, ininfluente in termine morali e spirituali per un autentico riconoscimento di aristocrazia, vero sigillo di una conseguita nobiltà integrale>>.
L’aristocrazia, pertanto, è uno stato d’elezione che non deve nulla alla democrazia, anche se non è confliggente con essa in quanto si riferisce allo status dell’uomo coltivato e distinto. In questo senso appaiono illuminanti i pensieri di un grande filosofo italiano, Benedetto Croce, quando afferma che <<non si dice cosa peregrina se si dice che gli uomini che pensano e che operano profondamente sono pochi e che perciò le sorti della società umana sono legate a quelle di un’aristocrazia. E neppure si dice ormai alcunché di peregrino aggiungendo che non si deve pensare con ciò alle vecchie aristocrazie chiuse, a quelle del sangue e dell’eredità (…), ma ad aristocrazie sempre aperte, in continuo rinnovamento, i cui componenti, compiuta l’opera loro, muoiono o tornano nelle file, sopravvivendo all’ufficio esercitato>>.
Il messaggio che proviene dalla lezione crociana viene fatto proprio da Tommaso Romano perché è per lui chiaro che il modello archetipico greco dell’aristocrazia non può che essere aperto alle trasformazioni sociali di coloro che, adulti nella formazione, aspirano a testimoniare costumi migliori offrendo, da migliori, un servizio più elevato all’intero corpo sociale.
L’aristocrazia viene, così, ad assumere un carattere di attrazione sociale dinamico che non corrisponde a rivendicazioni premiali ma che risponde all’esigenza di garentire la feconda vitalità di rigenerazione di quel corpo sociale di cui si è detto poco sopra. Innervare elementi di aristocrazia nel tessuto sociale può contribuire, per Tommaso Romano, a rafforzare alcuni profili di etica pubblica che sembrano essere destinati al loro inesorabile nichilistico tramonto.  
Il nostro autore non appoggia il suo auspicio su romantici vagheggiamenti o su estetizzanti nostalgie, ma ne addita con concretezza un possibile percorso di attuazione. Le nuove o rinnovate aristocrazie prendono forma attraverso la ricezione e la permanenza nelle istituzioni cavalleresche. Gli Ordini cavallereschi, con i loro Statuti e le loro Regole religiose, possono costituire infatti, per Tommaso Romano, una scuola d’onore, di fede, di lealtà e di dignità, in guisa che coloro che vi sono accolti possano essere educati alla vera, integrale nobiltà, cioè alla magnanimità dell’animo, all’umiltà delle pratiche di edificazione spirituale, all’impegno di dedizione caritativa, ai carismi di una missione che possiamo riassumere nella formula dei Cavalieri di Malta come tuitio fidei et obsequium pauperum.
Sì, perché non c’è nulla di più bello ed onorevole che dedicare la propria vita alla difesa della fede e al servizio di coloro che sono infermi nel corpo e – come dice con bella e ispirata immagine il Santo Padre – ‘feriti nella loro anima’. La Cavalleria, perciò, educa alla libertà perché è spada spirituale della misericordia di Dio, del suo afflato caritativo verso quei soggetti che la Tradizione ha individuato fin dal Medio Evo come i più bisognosi di protezione amorevole: le vedove, gli orfani, i poveri.
Nei presenti tempi di barbarie, acuita anche dalle perverse conseguenze di una selvaggia e disumana globalizzazione che produce finanche nuove forme di schiavitù umana, spetta alla milizia cristiana cavalleresca l’onere di avvolgere col manto della pietà i fratelli che portano i segni del Cristo sofferente.
Con le professioni, per esempio, dei voti di obbedienza e di povertà la milizia cristiana cavalleresca testimonia una vitalità della natura dell’istituzione il cui ruolo non può che essere quello, nella post-modernità, di nobilitare in senso più alto la ‘città terrena’, restaurandone i segni del Bene Comune e la Giustizia della solidarietà umana. Si tratta, invero, di affrontare la sfida della secolarizzazione e profondere le migliori energie per riconsacrare un mondo sempre più profano, sempre più incline a dissolutezze paganeggianti.
Portatori della luce della Tradizione, spetterà ai sodalizi cavallereschi illuminare con la bellezza della fede e della verità rivelata il futuro degli stili di vita dell’umanità pellegrina in questa terra. Desidero, perciò, concludere rivolgendo alla tua illustre persona, Tommaso, questo elogio della distinzione che hai voluto dedicare all’Aristocrazia, alla Cavalleria e alla Nobiltà, intravedendo in Te un distinto amico dell’Onore e della perenne Parola di salvezza

martedì 10 gennaio 2017

Tommaso Romano, "Elogio della Distinzione" (Ed. Thule)

di Lydia Gaziano

Come il naufrago Ulisse che, abbarbi­cato allo scoglio, ferito e pur vivo, resi­ste alle onde che su di lui si abbattono incessanti e rabbiose, sono i pochi che tuttora, all’avanzare del brutto e del vile, rialzano la testa per dire no, no e ancora no. Alziamo un argine al ba­ratro incalzante. Ma, per fortuna, avan­za piano, ma deciso, il drappello dei dissidenti, degli anticonformisti, di chi al facile plauso preferisce il consenso intelligente dei pochi e Tommaso Ro­mano ne raccoglie i pensieri, le cita­zioni, le massime. “Io son Cavaliere.
Tale io verrò e morrò, se a Dio piacerà. Io cammino nell’aspro sentiero della Cavalleria errante e disprezzo le ricchezze, ma tengo in gran con­to l’onore. Ho vendicato ingiurie, ho raddrizzato torti, ho castigato in­solenze. Non ho intenzione che non sia retta, e penso soltanto a fare a tutti del bene (Miguel de Cervantes)”. “La generosità non è altro che la pietà delle anime nobili (Nicolas de Chamfort). “Un gentiluomo è esi­gente con se stesso, un uomo volgare con gli altri (Confucio)”.
“I nostri avi, i Romani, avevano notoriamente un’autentica predilezio­ne per il concetto stesso dell’onore, che nasceva principalmente dal comportamento dell’individuo, evidentemente più degli altri rispettoso delle leggi e leale verso il prossimo, quandanche si trattasse del nemico in guerra (Guglielmo Bonanno di San Lorenzo)”. “Si è nobili solo quando si è esemplari nell’Applicazione della legge di Dio (J. Diego Ortega)”. “Unite le vostre forze perché siano destinate alla costruzione del futuro. Coltivate le vie della rettitudine e la nobiltà di spirito, pro­muovete e lavorate con risoluzione (Hirohito, imperatore del Giappo­ne)”. “Più gli uomini si sentono uguali, più facilmente tollerano di esse­re trattati come pezzi intercambiabili, sostituibili e superflui. L’ugua­glianza è la condizione psicologica preliminare delle carneficine fredde e scientifiche (Nicolas Gomez Davila)”.
“Le folle non hanno mai provato il desiderio della verità. Chiedono so­lo illusioni, delle quali non possono fare a meno. Da sempre la prefe­renza va al surreale rispetto al reale, l’irreale agisce su di esse con la stessa forza che il reale. Hanno un’evidente tendenza a non distinguere l’uno dall’altro (Sigmund Freud).”
E’ dei grandi della cultura mondiale l’inno alla nobiltà, alla bellezza, alla magnificenza: Platone, Seneca, Dante Alighieri, Ludovico Ariosto, Miguel de Cervantes, Stendhal. Un unico grido s’innalza da tante voci diverse: coraggio, coraggio e ancora coraggio, via dal baratro della vil­tà. Il “Professore” fa certamente sfoggio della diversificata cultura ac­quisita fra i tanti studi e letture compiute. Lancia, dunque, un appello a chi sa e può approdare ad una presa di coscienza in tempi in cui la cul­tura non è certo morta, ma rischia l’indeterminatezza e lo smarrimen­to fra tante voci discordanti e non sempre consone. E si riferisce alla cultura classicamente intesa, come a quella antropologica. (L.G.) Tommaso Romano, Elogio della Distinzione Aristocrazia, cavalleria, Nobiltà, Stile in tempo di barbarie. Florilegio di Autori con un Saggio di Amadeo- Martin Rey y Cabiese. 
da: "Palermo Parla", nà 102, Dicembre 2016

Tommaso Romano, "Elogio della Distinzione" (Ed. Thule)

di Antonino Sala

Non è impresa semplice ripen­sare la storia, i suoi Istituti, le sue pe­renni Tradizioni, nel divenire caotico e sovvertitore che viviamo. Tommaso Romano, studioso e autore noto, da molti decenni impegnato nel fronte tradizionale, consegna una sorta di Stimma essenziale dell'ideologia della distinzione, che si apre con un saggio dell’Autore, ampio e artico­lato, tutto teso a rivendicare lo Spirito e l’attualità del messaggio cavallere­sco e aristocratico per chi, esistenzial­mente, resiste come un cavaliere er­rante nel caos dissolutivo. Egli traccia così una mappatura storica, senza perdere il riferimento pedagogico teso ai valori costitutivi delle diffe­renze che distinguono il soggetto dal­l’uomo standardizzato e massificato. Romano ritiene possibile il rinvigori­mento di ordini e associazioni nobi­liari, di Compagnie e Confraternite che si possano - anche in numero quantitativamente non ampio - ri­formare spiritualmente e gerarchica­mente, ritrovando o riproponendo le virtù peculiari e rivendicando altresì un aiolo, una regola e una prospet­tiva per l’uomo che ricerca oltre lo smarrimento. Segue nel bel volume un ampio Florilegio di frasi, aforismi, pensieri, brevi saggi scelti dall’Autore di pensatori e scrittori di tutti i tempi (è ricordato anche Gaspare Cannizzo e J. Evola) che, pur nelle rispettive posizioni e nella contestualizzazione necessaria, ci danno una visione or­ganica, seppur diversificata, sul tema e quindi sugli aspetti specifici, che vengono ora proposti, senza il setta­rismo delle posizioni pregiudiziali, ma lasciando aperta la meditazione.
Chiude l’Opera, una vasta bibliografia (anche sull’Araldica e la Genealo­gia), che è forse una delle più com­plete fra quelle ad oggi edite in Italia. Una selezione di disegni, incisioni, stampe correda il libro prezioso, con Autori anche contemporanei che hanno interpretato con acribia il tema, oltre che con le classiche vi­sioni della cavalleria medievale. Pur vivendo in tempi realmente apocalit­tici - dice Romano - è ancora più ur­gente e radicale l’impegno alla for­mazione e all’autoformazione, necessari fondamenti per una auto­nomia attiva della soggettività che sia fedele alle consegne tradizionali e in grado di ristabilire - almeno in sé - gli equilibri perduti e le idealità fondanti.
da: "Vie della Tradizione", Rassegna semestrale di orientamenti tradizionali, n° 107, Palermo

sabato 17 dicembre 2016

Tommaso Romano, "Elogio della Distinzione" (Ed. Thule)

di Sandra Guddo

Nel mondo della globalizzazione suscita stupore se non addirittura sospetto affermare con tutta tranquillità che non ci si sente “ cittadino del mondo “ né  tantomeno invaso dallo spirito cosmopolita. Un’affermazione forte che distingue in un modo o nell’altro chi ha avuto l’ardire, andando contro vento, di pronunciare una frase siffatta. 
Ma se a farlo è Tommaso Romano allora tutto ciò ha un senso!
“ L’Elogio della Distinzione “ infatti vuole essere ed è l’elogio rivolto a chi si distingue dalla massa amorfa ed uniforme, di chi si tira fuori dalla greppia, prendendo posizioni nette ed inequivocabili, fuori dai sofismi e dall’ambiguità, di chi pur ricercando la sintesi, rifiuta il sincretismo che attualmente sembra allargarsi a macchia d’olio su tutte le questioni più importanti del mondo: da quelle politiche  a quelle economiche e perfino alle questioni che afferiscono alla sfera più intima e privata del genere umano . 
Ciò inevitabilmente va a toccare temi delicatissimi come l’unione dei generi, una volta rigorosamente distinti ed identificabili, coinvolgendo, in tale miscuglio shakerato, lo stesso concetto di genitorialità che, come ha recentemente affermato Jorge Mario Bergoglio, rappresenta un attentato alla famiglia e alla tradizione e che seguendo queste idee “si rischia un passo indietro “ , fino ad arrivare sull’orlo del baratro!
In tal senso vanno anche i recenti studi di Aurelio Pace e Carlo di Pietro che nel loro volume “ Gender  ascesa e dittatura di una teoria che non esiste “ ( 2016) liquidano con argomentazioni lineari la teoria del gender che non ha trovato riscontri scientificamente dimostrabili, riaffermando il concetto della distinzione dei generi così come sociologicamente sono riconoscibili. Come ha sottolineato, fuori da ogni posizione omofoba, Giuseppe Bagnasco nella sua recensione, “ il progressismo ha condotto all’innaturale livellamento sessuale “ portando l’umanità ormai imbarbarita al disconoscimento dei valori fondanti della società civile.
Anche in tal senso va dunque elogiata la distinzione, “ fermo restando che attraversiamo tempi apocalittici che hanno il prepotente obiettivo del sovvertimento verso una profonda, perniciosa modificazione antropologica”. 
 Tommaso Romano non esita, contro tutte le recenti teorie che parlano di un’uguaglianza falsamente umanitaria, a sostenere che è aristocratico colui che si distingue.
Non a caso Egli, nel Florilégio di Autori che costituisce la seconda parte del suo corposo volume, riporta l’energica affermazione di Nicolas Gomes Davila  “L’uguaglianza è la condizione psicologica preliminare delle carneficine fredde e scientifiche”.
 Concorda con tale affermazione Giovanni Taibi nella recensione all “ Elogio “ in quanto chiarisce che “ l’uguaglianza intesa come obiettivo supremo da raggiungere per un popolo che vuole definirsi civile “ è autodistruttivo per lo stesso popolo.
 Chi si distingue è un aristocratico inteso non nell’ accezione più diffusa che viene attribuita a tale sintagma la cui etimologia è nota a tutti: “ aristòs e cratòs” cioè potere ai migliori che ha portato, durante i secoli, ad una significazione della parola aristocrazia restringendola fondamentalmente alla sola sfera politica; tanto è vero che nell’antica civiltà greca vennero coniate altre parole per delineare tutte le possibili forme di governo della polìs: monarchia, oligarchia e democrazia.
E’ utile non trascurare questi concetti – base ma nell’ “Elogio della distinzione “ il filosofo Tommaso Romano conduce un’analisi ad ampio spettro che allarga il concetto di aristocrazia, finora intesa  come una delle tre classi sociali in cui era diviso il popolo, accanto a borghesia e terzo stato o proletariato, al concetto di distinzione; ciò in quanto sono i migliori che si distinguono per i loro meriti, rivelando nobiltà d’animo, signorilità, gentilezza e sono interpreti di cortesia e cavalleria, di raffinatezza e buongusto contro la dozzinalità, la serialità, la rozzezza e la volgarità. In sintesi, per dirla con il sommo Poeta “ La stirpe non fa le singolari persone nobili, ma le singolari persone fanno nobile la stirpe “. 
 Sono i migliori che si affermano in un campo o nell’altro attraverso il talento che è innato; ma ciò non può bastare: occorrono impegno e determinazione per evitare che il proprio talento non venga sprecato, oscurato, sepolto da una vita ordinaria e senza una giusta ambizione. Già in una bellissima ed esemplificativa parabola del Vangelo, narrata secondo  Matteo ( 25, 14- 30 ) si parla dei  talenti, monete in quel tempo in circolazione. Il messaggio della parabola è inequivocabile: va lodato colui che sa far crescere il proprio talento e non chi, per eccessiva prudenza o forse per pigrizia, lo seppellisce senza ricavarne nel tempo alcun frutto.
Ecco che allora la nobiltà d’animo può appartenere a chiunque anche al più piccolo ed insignificante degli uomini purché si distingua per l’impegno, per la serietà, per la professionalità e, consentitemi di aggiungere, per l’amore con cui svolge il suo ruolo nella visione complessiva del cosmo, “ la cui bellezza, a ben guardare si può rinvenire anche in un filo d’erba “.
Tommaso Romano non ci tiene proprio ad essere genericamente ritenuto “un buonista” o peggio “cittadino del mondo”, non di questo mondo almeno, in cui i poteri forti di potenti lobby economico – finanziarie hanno iniziato uno strisciante appiattimento della distinzioni: addio alle ideologie in antitesi, addio alle peculiarità di un popolo in nome di mode che appiattiscono i nostri gusti anche a tavola e ci vengono propinati cibi seriali  a favore di un’economia senza scrupoli che, nel tempo ha saputo indebolire i popoli  trasformando le nostre democrazie in palcoscenici della menzogna ; sono state precarizzate le nuove generazioni rendendo i nostri giovani una categoria indifesa di fronte al problema del lavoro; è stata impoverita la media e piccola borghesia per non parlare dell’aristocrazia che è stata confusamente cancellata con un colpo di spugna sostituita da una feroce dittatura sovranazionale che conosce una sola parola: il profitto !
Ma  Tommaso Romano non ci sta ed in coerenza con quanto esposto nel suo “ manuale “ di sopravvivenza, preferisce restarsene in santa pace nella sua casa, dove ogni cosa ha un valore intimo e spirituale in compagnia dei propri cari e di pochi e selezionati amici con i quali sarà possibile incontrarsi anche al Cafè de Maistre a discorrere di filosofia o di storia o semplicemente a gustare un buon caffè o qualche delizia pasticciera, ammirando il mare che si scorge dalla vetrate in stile liberty del cafè. 
Da Lucio Enneo Seneca il nostro Autore ama ribadire che ha imparato l’esortazione ad una vita umile e sobria ma il grande pensatore iberico non poteva ancora sapere che la  sobrietà, un termine oggi molto apprezzato, in fondo non è che una delle quattro virtù cardinali: la temperanza. Così la pensa Antonio Nanni nella sua opera “ La sobrietà come stile di vita” ( 2003 ) allorché afferma che “ La sobrietà è il nuovo nome della temperanza ( … ) chi agisce nella temperanza non è smodato, eccessivo, ingordo, sregolato ma è persona semplice ed essenziale in tutto, perché sa ridurre, recuperare, riciclare, riparare, ricominciare. La sobrietà è in questo senso la virtù del futuro “.
Risulta quindi necessario cominciare a liberarsi da tutto ciò che è di troppo, dalle ridondanze per puntare all’essenziale. Tale leggerezza soltanto apparentemente sembra contrapporsi alla ponderosità dell’opera ( quasi duecento pagine ) , divisa in tre corpi : 
1.      Saggio dell’Autore che è, come Egli stesso la definisce, una “ Apologia della Condizione Singolare “.
2.      Florilegio di Autori, arricchito da immagini che ritraggono gli antichi Cavalieri disposti a tutto, pur di salvare i Luoghi Santi dal dominio degli infedeli, pronti a combattere fino alla morte “ perinde ac cadaver “.
3.      Saggio di Amadeo – Martin Rey y Cabieses, composto appositamente per “ L’Elogio della distinzione”.
Tommaso Romano, nell’Elogio della Distinzione, conduce una speculazione filosofica che diventa un vero manifesto di ecosofia in quanto attribuisce grande valore all’ambiente ed in particolare alla casa in cui si vive che diventa lo specchio della nostra scala valoriale. Un’abitazione, anche modesta purché sia personalizzata da “cose non oggetti “ raccattati dove capita ma scelti ad interpretare  il nostro gusto, le nostre passioni ed inclinazioni,  in sintesi il nostro percorso esistenziale fino a conferire alla nostra casa un’impronta inconfondibile, un’anima.
Rispetto alle opere precedenti nell’ Elogio della Distinzione, la dissertazione filosofica, pur nella complessità del suo pensiero, diventa quasi colloquiale e si notano un alleggerimento del fraseggio ed una lievezza narrativa che rientrano, a mio parere, in quel naturale percorso ascetico ed ascensionale che Tommaso Romano sta compiendo da” quel buon cristiano di fede qual è “  per ritornare al punto di partenza, là dove tutto ha avuto Origine.

Il libro si chiude nel modo migliore, con un cortese Congedo al Cafè de Maistre per ritirarsi, come un anacoreta occulto, nel silenzio di un eremo immaginifico, in attesa e nella speranza del ritorno alla Tradizione, del divino intervento provvidenziale e della Parusia.

giovedì 1 dicembre 2016

Tommaso Romano, "Elogio della Distinzione" (Ed. Thule)

di Giovanni Taibi

La distinzione per non perdersi nel mare magnum della volgarità di usi e di
costumi oggi imperante, la distinzione per rivendicare la propria individualità davanti alla massa plaudente che ha come unico merito quello di correre in
soccorso del più forte !
Come distinguersi, come essere se stessi, come vivere con stile in un tempo di barbarie ?
Sono questo le domande che si pone il saggio di Tommaso Romano “Elogio della distinzione”, ( fondazione Thule cultura) in cui passa in rassegna l'esegesi e la storia dell'Aristocrazia, della Cavalleria e della Nobiltà.
Se i natali danno in qualche modo un imprimatur necessario, questo solo non è sufficiente per fare di un uomo un gentile.
Dante ce lo insegna: la vera nobiltà non risiede solo nella stirpe e nel sangue ma soprattutto nel cosiddetto cor gentile ovvero nell’animo capace di provare nobili sentimenti e comportarsi di conseguenza.
A partire da questo assunto Romano, in quello che si può considerare un vero e proprio manuale del viver cortese, diventa guida sapiente per chi intenda intraprendere con totale disinteresse economico e professionale la strada verso la distinzione, contro la massificazione e la standardizzazione dell'uomo di oggi.
“La distinzione può essere perseguita da tutti volendolo, ordinando le idee, seguendo studio, esempi e ciò che di nobile ditta dentro”. ( pag 5)
Come d’altronde ci insegna il filosofo Epicuro: “ Non la natura, che è unica per tutti, distingue i nobili dagli ignobili, ma le azioni di ciascuno e la sua forma di vita”. ( pag.68) .
Nella prima parte del libro troviamo l’Apologia della condizione singolare in cui Romano si appoggia a uno dei pilastri del suo pensiero: la Tradizione.
Come ama spesso ripetere: “Tanto più forti saranno le sue radici tanto più l'albero ( l'uomo) crescerà in altezza ( morale)”.
Dopo avere passato in rassegna il pensiero legato alla Tradizione Romano affronta un tema a lui particolarmente caro : la casa.
Essa da semplice dimora diviene la cartina di tornasole da cui è possibile avere un identikit esatto di chi la abita, del suo ( buon) gusto, del modo in cui passa il tempo libero, del valore che dà agli oggetti che diventano testimonianza delle sue esperienze di vita .
Sapere distinguersi non può che passare dal modo in cui si vive la casa, dal rapporto che si instaura con essa ma questa non deve necessariamente essere un rifugio solitario, un eremo senza terra ma "può aprirsi, accogliere pochi e scelti interlocutori per goethiane affinità elettive..... I libri, le suppellettili, gli oggetti, la musica, le buone persone, un animale fedele, la memoria ci faranno ala non certo  ingombrante" ( pag 22).
Si può dunque affermare con Romano che la casa è la proiezione della propria identità.
Dopo questa prima parte di carattere didascalico il volume presenta un florilegio di autori diversi, per stile, pensiero ed epoca storica, che nei loro scritti e nel loro pensiero hanno codificato regole e grammatica della Nobiltà, spiegato il motivo della nascita della Cavalleria e dell’Aristocrazia. In quelli più recenti, è presente la biunivoca corrispondenza tra caduta di valori dei nobili ideali e crisi del tempo storico presente.
Tra le tante citazioni mi piace riportarne una di Nicolas Gomes Davila.
Lo scrittore, aforista e filosofo colombiano così scrive: “Più gli uomini si sentono uguali, più facilmente tollerano di essere trattati come pezzi intercambiabili, sostituibili e superflui. L’uguaglianza è la condizione psicologica preliminare delle carneficine fredde e scientifiche”.
Se ci riflettiamo bene, altro non è che un elogio della diversità alla rovescia cioè mettendone in evidenza i limiti autodistruttivi dell’uguaglianza intesa come obiettivo supremo da raggiungere per un popolo che vuol definirsi civile.
Segue infine un saggio sulla Nobiltà, ( scritto appositamente per Tommaso Romano) sulla Cavalleria e sull’Aristocrazia dell'illustre studioso, il nobile spagnolo Amadeo-Martin Rey y Cabieses, (Componente dell’Audizione Generale e Consigliere della Real Deputazione del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio nonché Membro Corrispondente del Collegio Araldico di Roma ) storico e critico nell’ambito araldico-cavalleresco della Classe aristocratica e della Tradizione iberica, che mostra una particolare attenzione alla storia della nobiltà italiana.
Lo scrittore spagnolo espone a chiare lettere quelli che sono i tratti distintivi della nobiltà: il rispetto della parola data, la bontà, la generosità, il valore e l’umiltà del cuore.
Nel capitolo finale, prima di una ricchissima bibliografia, c’è il Congedo al Café de Maistre, in cui Romano, malinconicamente, constata come ai nostri tempi la cultura, l’arte, la tradizione, la stessa fede siano diventati degli pseudo valori da utilizzare a piacere per il proprio tornaconto.
E allora cosa fare ? La ricetta di Tommaso Romano è semplice eppur non sempre facile da attuare: “Resistere, pur sapendo di servire una causa perduta…..Profferire parole e concetti solo quando richiesto, declinando con garbo ma fermamente la compagnia di arrivisti, molesti e insulsi; studiare e scrivere per sé e per chi egualmente non si piega…….mostrare la bellezza e la potenza del creato. Tutto ciò con la ferma consapevolezza di stare in minoranza, in assoluta minoranza, forse testimoni attivi di una ipotetica, eventuale futura memoria”. ( pag. 133-134)
Una voce fuori dal coro, un anticonformista assoluto che nella vita ha sempre seguito i suoi ideali a costo di rimetterci personalmente, pur di non abbassare la testa davanti al potente di turno. Questo è, ed è sempre stato, Tommaso Romano per chi lo conosce e a cui non fanno stupore le lapidarie frasi del suo “Elogio della Distinzione”.
Per i pochi che non lo conoscono ancora, questa lettura servirà a comprendere la figura di un intellettuale a volte scomodo ma per questo più interessante da studiare perché, attraverso il capovolgimento della prospettiva, ci fa vedere la realtà con occhi diversi e disincantati.    

lunedì 21 novembre 2016

Tommaso Romano, "Elogio della Distinzione" (Ed. Thule)

LA DISTINZIONE COME NOBILTÀ NEI CAVALIERI DELLO SPIRITO
di Giuseppe Bagnasco



  Dopo l’Elogio dell’ozio di Bertrand Russel e il più vetusto Elogio della pazzia di Erasmo da Rotterdam, tra i più rinomati e che si “distinguono” dai tanti, per gli argomenti similari trattati nel campo della disquisizione antroposociologica, ecco l’arrivo sul tavolo delle nostre “distrazioni”, quasi a completamento di una sorta di Trilogia, L’Elogio della Distinzione (Fondazione Thule Cultura – Palermo 2016) del filosofo Tommaso Romano. Non è un trattato ma un “manifesto”, una riflessione non confessionale, sullo stato e condizione contingente e spirituale a cui è pervenuta la società contemporanea del mondo che per semplificazione chiamiamo “occidentale”. Un manifesto, dicevamo, che si può leggere alla stregua di un manuale di regole educative, senza per questo assumere i connotati di una filippica sebbene a tratti appaia come significativa e volitiva “omelia”. Né poteva essere diversamente per l’argomento affrontato e che spazia per tutto l’arco della devianza nei comportamenti “tradizionali” dell’uomo odierno.

   Per potere scrutare a primo acchito il poderoso testo e carpirne le parti più salienti, visto che è composto da ben tre “corpi” relativi ad un saggio dell’Autore, un saggio dell’illustre Amadeo-Martin Rey y Cabieses e un ricco e unico Florilegio di Autori, ci viene in soccorso il sottotitolo: Aristocrazia, Cavalleria, Nobiltà, Stile in tempo di barbarie. Non c’è alcun dubbio nell’affermare che si tratti di una esplorazione storica e sociologica su ciò che questi “titoli” hanno rappresentato e che l’Autore  sottolinea con l’intercalare il testo di disegni riferiti a momenti d’azione della Cavalleria  d’un tempo con schiere cristiane affrontanti le saracene e la raffigurazione nell’antifrontespizio della sagoma idealizzata del Krak (fortezza crociata in Siria) dei Cavalieri Ospitalieri di Gerusalemme divenuti poi di Rodi, infine di Malta e oggi rappresentati dallo SMOM.
   Tommaso Romano, non nuovo nell’esposizione di “tesi teologali” sullo spirito, da buon cristiano di fede qual è, mette al servizio del dettato di Dio, la vestitura armata del distinto “Cavaliere dello Spirito”. E lo fa discettando sui temi sopraindicati, a cominciare dal concetto di Aristocrazia, distinguendo quella di spada da quella dello spirito.  L’aristocratico, nel composto della semantica greca di aristòs (eccellenza) e cratòs (potere di governo), delinea una persona che si governa da sé e per espansione, colui che si isola dalla folla. E per folla, come afferma l’Autore, s’intende quanti sono accomunati nella volgarità, rozzezza, dozzinalità e violenza del comportamento nelle parole come negli atti, fino ai modi. Tuttavia, sempre nel proseguo della ratio in Romano, l’isolarsi dalla realtà, l’eccessivo autocontrollo, compresa la mancanza di ironia, non consentono l’educazione alla nobiltà che, di contro, si consegue nella capacità del saper scegliere il confacente rapporto con il prossimo. L’aristocratico è pertanto la persona distinta, custode di quei valori che dovrebbero armare  i suddetti Cavalieri per conquistare “nelle steppe del nulla, la Gerusalemme Celeste. Il tutto”. Oggi che il “progressismo”, l’innaturale livellamento sessuale, l’omologazione alla massificazione, portano ai conseguenti disvalori, fra tutto questo declinare un posto privilegiato è riservato ad una virtù d’eccellenza: l’Onore.
   Ora, a prescindere dalle valutazioni sottolineate dallo storico Franco Cardini che lo conforma a dignità personale, reputazione e onorabilità  comportanti il diritto della persona al rispetto e alla stima, bisognerebbe qui aprire uno spaccato su questa virtù che, a parere non solo nostro, incardina tutte le qualità del “buon uomo”, del buon cristiano ma che non si riflette nel diverso homo bonus del poeta Marziale. Incominciamo, purtroppo, col dire che le culture della menzogna, dell’ipocrisia, hanno inferto una profonda e dolorosa ferita nel comportamento deontologico degli uomini e in particolare nel malinteso senso dell’onore soprattutto se riferito alla latina sacralità della parola data, pacta servanda sunt, come comprova, per mantenerla, il  sacrificio del console Marco Attilio Regolo. Pensiamo ad esempio a quanti giustificano un loro scomposto agire con un’alzata di spalle o con quel “Je m’en fous”, di recente pronunciato dal Presidente della Commissione Europea Juncker e che fa comprendere quale ingloriosa fine abbia fatto quel certo bon ton!. Ma la trasgressione del senso dell’onore ha antica data giacchè la ritroviamo, spulciando la mitologia greca o passi della Bibbia, nei racconti del “padre” Zeus che ricorreva al travestimento e finanche alla sostituzione di persona per sedurre con l’inganno le belle mortali o come nella vergognosa e subdola condotta di Re David quando mandò in guerra, in prima linea e quindi alla morte Uria, lo sposo della bella Betsabea che aveva sedotto e che comunque poi da vedova sposò. E ancora, non possiamo elencarli tutti, nel tradimento fatto da un certo Horatio Nelson nei confronti dell’Ammiraglio Caracciolo (la resa in cambio della vita) e che invece fece impiccare sulla murata della sua Victory contravvenendo come un volgare pirata alla parola data. Infine, ricorrendo alla Storia, ancora sull’onore tradito, quando Enrico IV di Francia pur di mantenere salda la sua corona abiurò alla sua fede protestante e abbracciò quella cattolica con un probabile e analogo “Je m’en fous” nel famoso “Parigi val bene una messa!”. Ma i dettati del codice d’onore hanno sempre governato, lungo il corso dei tempi, gli uomini giusti e probi e ciò sin dai codici cavallereschi del Medioevo giungendo per alcuni tratti, perfino a quelli non scritti dell’onorata società, uniformemente intesa in tutto il nostro Meridione e giunta, con l’emigrazione “imposta” dopo la sua piemontesizzazione, fino alla “frontiera” dell’Ovest americano. Erano codici che tutelavano l’onestà della donna, intoccabilità dei bambini, la parola data, con in aggiunta il divieto di sparare alle spalle o ad un uomo disarmato. Norme non scritte nella vita che, fino all’abolizione formale del feudalesimo, si conduceva nei feudi e che era regolata da un castaldo, un soprastante, un fattore che amministravano la giustizia “parallela” essendo i feudi luoghi spesso “inaccessibili” anche alle compagnie rurali dei governi del tempo. Nacque lì la vecchia “onorata società” da non confondere con la successiva malavita organizzata o coi “picciotti” di La Masa che furono, ma ancor prima in letteratura nei manzoniani “bravi” di Don Rodrigo o nei severi “tribunali” della setta panormita dei Beati Paoli di natoliana memoria, il loro capostipite. Era quest’ultima una “Confraternita” segreta, come afferma il Villabianca, di uomini valenti che perseguivano i valori della difesa dei deboli e della giustizia pur rimanendo nelle loro feroci sentenze ferventi religiosi e credenti in Dio e al Santo di Paola, a cui si richiamavano. A uomini di tal fatta, a questi “uomini d’onore”, si deve l’appellativo di “cristiano”. Ma torniamo all’Elogio della Distinzione e al tema della Ecosofia affrontato dal filosofo Romano nel riconsiderare il senso della abitazione in cui si vive.
   Al pari di Francesco Alberoni che nel novero della scienza della comunicazione include quella che avviene attraverso il vestire certi abiti dando a questi la facoltà di dare un messaggio su chi li indossa, così il Nostro attribuisce lo stesso significato all’arredamento e al gusto di disporlo in un certo modo nella dimora di una persona dalle qualità “aristocratiche”. E questo come proiezione della propria identità dedicando tra gli arredi anche uno spazio ai ritratti dei propri antenati a guisa dei Lari e dei Penati dei Latini. Completano, conclude Romano, la bellezza della dimora, non necessariamente un palazzo, il poter accudire l’eventuale giardino di casa o il curare il collezionismo al pari di un personale museo, considerando entrambi come manifestazioni secondarie del gusto del dimorante. Con questo fare si può contrastare, aggiunge l’Autore, il completamento dell’ecatombe che incalza e principalmente col formare, con persone che in ciò si riconoscono, una sorta di patriziato civico di pochi ma decisi “Cavalieri”. Titolo di nobiltà, ammonisce il Nostro, che non deve essere acquisito tramite sedicenti Istituti che l’elargiscono dietro compenso essendo insita la possibilità di poter incorrere così, in quel “Todos Caballeros” che l‘imperatore Carlo V concesse a certi postulanti sardi che lo reclamavano. Frase che oggi viene usata in tono dispregiativo annullando di fatto la distinzione o il prestigio dei pochi che lo meritano.
   Fatto salvo questo primo “tomo” che forma il “corpus iuris” principale dell’Elogio della Distinzione, essa incorpora altresì una poderosa antologia, un Florilegio di Autori che espongono le loro frasi, trattazioni, aforismi nel reticolo degli argomenti qui esposti, con particolare riguardo al significato di Aristocrazia. Pur tuttavia di questi Eccellenti non ci è possibile citare tutti i nomi dal momento che in dettaglio l’elenco supera le cento pagine. Fa da cornice a tanto disquisire, un prezioso saggio del nobile spagnolo Don Amadeo-Martin Rey y Cabieses, storico e critico nell’ambito araldico-cavalleresco della Classe aristocratica e della Tradizione iberica, che ne approfondisce lo studio, con un particolare riguardo a quello genealogico italiano. Il saggio dell’Illustre, Componente dell’Audizione Generale e Consigliere della Real Deputazione del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio nonché Membro Corrispondente del Collegio Araldico di Roma, risulta diviso in Nobleza, Aristocracia e Caballeria, speculari in qualche modo al sottotitolo dell’Elogio della Distinzione. Nella reflexion final l’Illustre raccomanda il rispetto della palabra dada, la bondad y la generosidad e la valentia y la humildada de corazòn perché solo la loro actuaciòn es la mejor aristocracia , cioè quella del poder de la bondad. 
   Alla termine di queste note, una riflessione, anche se non esaustiva, di quanto ci resta, speriamo in seguito non in briciole di memoria, della meritoria opera del “mosaicosmico” Magister. Senza scadere nella facile apologia di maniera, si resta “impressionati” da questo album di fotografie-commentario che, senza tema di supponenza, potremmo definire “De humanitate destructa”, giusto per parafrasare i commentari cesariani, nonchè coinvolti dall’afflato che traspare dalla malcelata angoscia con cui l’Autore esamina l’uomo sedotto e concupito dalla Tecnolatria dalla quale non si può distaccare senza il paventato pericolo di non apparire “politically correct”. Il richiamo risulta un accorato appello a quanti si avviano ciecamente verso l’abisso dell’anima trascinando con sé duemila anni di cammino e di acquisizione di una civiltà della quale restano testimoni ineguagliabili città uniche come Atene, Roma, Alessandria, Gerusalemme, Venezia, Pietroburgo. Un richiamo quindi per impedire a costoro di non finire aggrappati, in un rigurgito di ravvedimento, a quella “Zattera della Medusa” che tanto bene rappresenta la deriva di uomini disperati, il dipinto di Theodore Gèricault. A ben vedere, l’Elogio della Distinzione costituisce una sorta di testamento spirituale del Cavaliere dello Spirito Tommaso Romano, appartenente purtroppo all’esausto filone di un certo nuovo romanticismo, non letterario ma spirituale nel senso che si richiama al Passato vestendo la parola di “Redentore” di una certa cultura. Un testamento spirituale, dicevamo, che si coglie in questo Discepolo della Cultura che quale Pellegrino del Cosmo chiude questo pregevole lavoro, con fare quasi colloquiale, con un congedo, certamente non occasionale. Egli infatti inserisce al confine dei “tomi” trattati, un testo dal significativo titolo “Congedo al cafè de Maistre”. E volutamente, prendendone a prestito il nome, sceglie per siffatto “eremo senza terra”, l’immaginario ricovero in un Caffè, posto di fronte il mare nel Foro Borbonico (oggi Italico), dove in una atmosfera pregnante di “art nouveau”, si ritrova a scrivere, tra un caffè e il centellinare di un Porto, avvolto nell’aria da una coinvolgente musica mozartiana, una lettera, quasi una immaginaria “epistola apostolica” rivolta ad una civiltà al tramonto. In questa, da buon Anacoreta occulto, chiama alla resistenza con quel pudore, riserbo, dignità,  sensi comuni ai pochi frequentatori di quel Caffè, anche se ritiene che tutto è perduto, riprendendo in ciò la frase di Francesco Primo di Francia nell’infausto giorno di Pavia, nel messaggio alla propria madre, “Tutto è perduto fuorchè l’onore”. Ed è nel nome di queste virtù e dell’onore che il Romano, come in un battesimo liturgico, rinuncia al satana della egemonia tecnologica e alla dittatura del pensiero unico nello stesso modo in cui rinuncia agli applausi dei falsi adulatori, esprimendo come unica aspirazione quella di essere lasciato in pace dentro un immaginario Chiostro. E’ nel contesto di queste note che il Filosofo appare nelle vesti più dimesse dell’ordinario umano, svelando una sorta di stanchezza per l’impari lotta contro questo mondo destinato al declino, riponendo però l’ultima speranza nel salvataggio ad opera della divina Provvidenza. Si chiude così questa antologia, questo breviario-manuale di concetti, richiami, esortazioni che, iniziati con la Distinzione, anima della nobiltà del cuore e dello spirito, giungono al termine di questo excursus, alla malinconia nel corpo senza tuttavia coinvolgerne l’anima.